Ultime dalla casetta al Marzapane

venerdì 12 ottobre 2012

Tour della Tunisia in Bus, da nord a sud e ritorno

Esattamente un mese fa mi trovavo in un continente diverso, caldo ed accogliente, l’Africa con i suoi colori, e più precisamente in Tunisia. È mio desiderio trascrivervi questo diario di viaggio in un racconto che rappresenta il culmine della nostra estate pazza e fuori da ogni presumibile schema; avventura vissuta tra emozioni e traversie in un ricordo così vivo e ancora tutto da gustare.
Pecorella di Marzapane rappresenta per me un viaggio, l’esistenza – mia, vostra… - è un viaggio, l’amicizia è un viaggio, lo è l’amore e lo sono tutte le esperienze che si presentano a noi senza avvisare così come la Tunisia che, bisbigliando il suo invito sottovoce, ha attirato me e il buongustaio tra le sue strade.

Mi sono innamorata di questa bimba, il volto ingenuo e dolce di Tozeur

Non sono stata bene, alcuni di voi lo sanno per quegli scambi brevi e intensi, privati, che ci sono stati, nulla di grave, eppure questo duemiladodici iniziato in sordina e continuato in malora, sembra volermi regalare in chiusura la voglia di ripartire, sempre e per sempre, volgendo lo sguardo al positivo; voltare pagina, intingere il pennino in un inchiostro un po’ meno nero e ricominciare a raccontare.

Il sud della Tunisia, panorama desertico sulla strada per Douz

Dicevamo, fatti poco gradevoli e alla fine di una spirale a maglie fitte ecco lì il mio buongustaio. Si è quasi imposto, come se ce ne fosse stato bisogno, ha catturato la mia attenzione e nei primi del mese scorso con la seguente “si parte, decidi tu dove, come, quando, ma si parte e non intendo rinviare il nostro tanto sospirato viaggio” mi ha spinta all’azione!
Raccolto euro su euro, in una piccola latta che ci ha tenuto compagnia un anno intero, mai stufa d’assaporar monete e sempre attenta a ricordarci di svuotar le tasche una volta rientrati in casa, il nostro gruzzolo da destinare alle vacanze ora andava speso senza se e senza ma, seppure i miei "ma" tendevano sempre alla ragione...

Io, il bellissimo falco pellegrino e il deserto

Ho dato retta a Lui e credo di aver fatto più che bene e poi è stata una corsa, in agenzia, in euforia… si parte! E dato che noi, PaNa family, non amiamo la staticità, ecco delinearsi all’orizzonte un bel tour. Le monetine, seppur tante, non sufficienti a farmi passare il capriccio della Turchia, ci hanno indirizzati verso la Tunisia. Lui, senza batter ciglio, ha accettato i miei entusiasmi anche perché, so essere travolgente: “voglio andare in Tunisia, voglio vedere le oasi, voglio strare nel deserto in isolato raccoglimento, voglio andare a dromedario… voglio la mano di fatima, voglio…”! insomma, ogni giorno era un continuo di voglio e di facciamo e il mio buongustaio grazie al cielo non si è pentito d’aver scatenato la pazza che vive in me.

...ebbene sì, altro che bus, è stato Lui il mio mezzo di trasporto. Coke come benzina ^_^

In un tour in bus della Tunisia e su un catalogo letto e riletto fino a ricordarne virgole, ho riposto il desiderio di dimenticare fatti e notizie e di folleggiare. È stato così, è stato un viaggio intriso di quella positività che dovrebbe sempre accompagnare ogni viaggiatore. Eppure di disavventure ne abbiamo vissute tante, non da ultimo gli sconvolgimenti che hanno caratterizzato il mondo islamico e che proprio a Tunisi – e proprio nella giornata in cui noi eravamo in visita al Museo del Bardo – sono sfociati in 4 morti e il fuoco all’ambasciata americana che ha fatto breccia nei nostri occhi, ignari di quanto stesse realmente accadendo in quelle ore.
Fatti spiacevoli a parte, non credo sia questa la sede giusta per le opportune riflessioni in merito, ecco il mio diario di viaggio

Le rose del deserto a Douz

8 settembre:
Ci svegliamo in preda all’euforia: si parte! I bagagli ormai pronti e chiusi, noi carichi di supporti tecnologici (la reflex sempre con me, dalla credenza all'Africa!) e di quel certo non so ché che ci spinge all’aeroporto con taaaanto anticipo. Un aereo che sembra uscito da un fumetto, piccolo e apparentemente malconcio, un charter con le eliche a vista, nessuna fusoliera iper moderna, e già ci sentiamo dentro un film. Atterrati a Tunisi Cartagine abbiamo giusto il tempo di guardarci intorno… e dai finestrini del bus è già sera, le luci si accendono sull’autostrada che ci conduce ad Hammamet.
Mentre io tento di respirare aria d’africa, a pieni polmoni, a occhi chiusi, già il mio buongustaio attacca bottone: si tratta di Mimì. Mi guardo intorno e mi accorgo che non ci sono molti “giovani” con noi… forse siamo proprio noi i più piccoli della compagnia e allora? Mi rincuoro per certi versi, la mia ferritina sempre sotto i livelli di allarme non sarà una scusa, penso, se loro possono affrontare questo tour de forze allora devo anche io, e poi saranno simpatici e ricchi di racconti, carichi delle loro esperienze da trasferire. Così è, scopriremo in seguito.

Noi, all'anfiteatro di El Jem

9 settembre:
Evvai, ci dirigiamo verso sud; lasciamo Hammamet che ci ha ospitati per la prima notte (sorvolo per decenza sull’albergo che di stelle ha solo quelle in cielo, altro che 4!) e Kairouan è all’orizzonte. Inizio a familiarizzare con i volti… il mio inglese maccheronico prende il sopravvento irrefrenabile e parto diritta a lanciate Thank you very much a destra e Have a nice day a sinistra mentre la guida ci raduna, Let’s go!

Ah, per inciso, qui tutto si paga… dai sorrisi della gente alla possibilità di fotografare, lo vuoi fare? 1 dinaro!

Biglietto che consente di scattare foto a Kairouan: pagare e sorridere!

Giunti a Kairouan, la prima sosta è alla palazzina alle porte della città, una sorta di terrazza belvedere che ci permette di osservare la moschea grande in lontananza e le cisterne degli aglabiti sotto di noi.
Kairouan è una piccola e intima perla incastonata in un contesto arido, intorno alla città non c’è praticamente nulla e siamo già in quell’entroterra tunisino che impedisce la vista del mare e di una vegetazione particolare.
Però, Kairouan è affascinante proprio per la sua semplicità; è la quarta città Santa, dopo la Mecca ed è l’antica capitale degli emiri aglabiti, da qui le cisterne, larghi bacini circolari di cui il più grande vanta un diametro di 128 m – costruzioni da imputare a quel periodo storico e che destarono l’interesse di molti storici medievali, di cui restano ancora pochi esempi – destinate alla raccolta delle acque bianche per uso irriguo e potabile.

Le cisterne degli aglabiti

La visita continua alla Grande Moschea con il suo imponente minareto. Restiamo tutti basiti quando la guida, Jamel, ci specifica che possiamo ammirare la sala di preghiera solo dall’uscio. In Tunisia non è concesso a chi pratica religioni differenti da quella musulmana, quindi ed in particolar modo ai turisti, di entrare nei loro templi di culto… un po’ come se noi italiani impedissimo l’ingresso in chiesa ai non “fedeli”; non permettendo allo sguardo umano e ammirato di poter godere di capolavori quali la Cattedrale di Monreale, la basilica di San Pietro, la basilica di San Marco o il Duomo di Milano e chi più ne ha più ne metta.
Comunque, rimaniamo sulla soglia esterna spingendo all’interno della sala di preghiera solo il nostro occhio e l’obiettivo. Kairouan è a tutto’oggi la capitale religiosa di questa porzione di mondo, è detta “la città delle trecento moschee” come figlie che crescono e proliferano sotto lo sguardo attento della moschea principale, la Grande per l'appunto.

In alto: la Moschea Grande; particolare della sala di culto. In basso: la porta del minareto; il minareto

Ma ancora una visita ci attende in questa mattina dedicata alla spiritualità ed alla bellezza che solo le mani di fedeli riescono a generare, nella costruzione di opere dedicate al culto. Si tratta della “Moschea del Barbiere”, questa moschea ospita la tomba del compagno del profeta conosciuto come “il Barbiere” perché si narra conservasse come reliquia tre peli della barba del profeta.
La moschea è ricca di stucchi, attribuiti all’arte andalusa e alla sua influenza in Tunisia, e coloratissime ceramiche di stampo Turco in cui capeggiano i colori del giallo, del verde e del blu e le raffigurazioni floreali come i fiori di jasmine (gelsomino). Ma una nota di carattere culturale va spesa in merito alla nostra visita in questa moschea: era domenica, faceva un gran caldo e il cortile di ingresso della struttura pullulava di gente, tantissime donne nei loro vestiti locali a coprirle da capo a piedi...

La Moschea del Barbiere e donne in abiti locali

e poi il pianto di uno, due, più bambini. Potevano avere tra i 3 e i 4 anni, maschietti messi innanzi alla prima dura prova della loro esistenza: diventare piccoli uomini musulmani. Sono stati circoncisi, così, senza troppe storie e con tante cerimonie; a me è rimasto in bocca il sapore un po’ amaro di una cultura che non comprenderò mai fino in fondo, a loro? La consolazione di una lacrima e un bacio da parte di chi li ha condotti al piccolo sacrificio: la loro stessa madre.

La Moschea del Barbiere e un bimbo diventato ometto

Lasciata l’atmosfera intrisa di una fede che si delinea persino nelle lacrime di un bambino, ecco il momento ludico della giornata: la presentazione, presso una fabbrica poco vicina, di un lavoro antico e ad esclusivo appannaggio delle donne, la tessitura dei tappeti. Nodo su nodo, ginocchia piegate e sguardo curvo sul lavoro, queste donne impiegano anche diversi mesi per realizzarne uno, e tutti i manufatti vengono poi sottoposti al vaglio di un ente certificatore e classificatore. In genere queste infaticabili lavoratrici posseggono in casa un telaio e dedicano ad annodare lana, per far tappeti, tutti i momenti liberi della giornata.

Donne al telaio

Divertente siparietto, con tanto di thé alla menta o caffè turco a noi offerto, in cui gli abili venditori stendono tappeti su tappeti, parole su parole, ed alla fine convincono qualcuno. Il mio buongustaio ne sa qualcosa... e questo qualcosa pesa più di 4 kg ed è di un bel colore rosso con intrecci di altra tinta!

Il venditore di tappeti

Il resto è stato in viaggio, attraverso i diversi volti della Tunisia che dalle coltivazioni di Ulivi alle sterpaglie, per giungere alle porte del deserto, ci ha condotti a Tozeur.

10 settembre:
È stata la giornata più bella per me, per diversi aspetti, per quello che abbiamo visto  - abbiamo dedicato tutta la mattina alla visita delle Oasi di Montagna - e per come tra noi e i nostri compagni di viaggio si è insinuato il tarlo dell’amicizia.

Oasi di Chebika

Ci dividiamo in piccoli gruppi da 4 o 5 e su pratiche 4x4 inizia l’avventura. La prima del nostro giro è l’oasi di Chebika ed è forse quella più affascinante e “difficile” da visitare. Premetto lo stupore: è stranissimo trovarsi in pieno deserto con lo sguardo che volge all’oasi. Nulla di paragonabile alle sciocchezze propinate dai film. Dal vero la storia è proprio diversa! Si tratta di enormi polmoni verdi in pieno giallo oro-sabbia del deserto. Le oasi sono ricche di palme e le palme, almeno in questo periodo dell’anno, sono stracariche di succulenti datteri. Giungere a Chebika e guardare verso i pennacchi delle palme offre uno spettacolo senza pari, lo sguardo si perde verso l'infinito e giù, oltre un mare di dune e nulla.

Il villaggio abbandonato e il sentiero per giungere alla cascata

E poi inizia la piccola arrampicata che attraversa un villaggio abbandonato a seguito di eventi alluvionali; i ragazzini a piedi scalzi iniziano a seguire i nostri movimenti: noi traballanti dentro scarpe comode, loro come piccoli caprioli, agili sui loro piedi nudi.
È un continuo dire no, dire aspetta, lasciami godere la natura e loro della natura offrono pietre, rose del deserto, offrono i loro servigi tendendo quelle mani là dove serva per superare l’asperità del terreno.

Il villaggio abbandonato, vista dall'alto

Raggiungere la cascata, osservare turisti intenti ad impressionare la natura sulle loro tele con gli acquarelli… mi ha fatto sognare e quanto avrei desiderato perdermi dentro quell’istante e dipingere anch’io, pur nell’inutile bellezza del tratto che so donare male al carboncino… sporcarmi le mani tra grafite in sfumatura e terra da tastare.

tra le gole di pietra...

Mi volto e cerco nei visi lo stesso stupore, c’è chi si attarda e chi già va oltre, chi si preoccupa – il mio buongustaio teso nella speranza di non vedermi franare in acqua nei punti più difficili da passare – chi sospira e crede che tanta pace non si può trovare fuori, ma si può portare dentro agli occhi e nel ricordo di una mattinata.

...si giunge al paradiso!

Fabrizio aiuta tutti, in quella stretta gola di pietra, tende la mano a chi di noi stenta a farsi strada, Rolando lo imita e in troppo poco tempo siamo fuori da quel paradiso dove ho lasciato i miei sospiri.
Fluttuando salgo in 4x4 mentre già la guida e il nostro autista dirigono l’attenzione verso Tamerza. Siamo stati prima al punto d’osservazione per godere di quel canyon e poi giù, lungo il percorso e innanzi a questa nuova cascata di acqua dolce.

Oasi di Tamerza

Qui, a Tamerza, i ragazzi non vendono pietre, tentano di guadagnarsi il dinaro mettendoti addosso le loro attrazioni, simpatiche Salamandre e non solo… così mi ritrovo a fotografare un buongustaio intento a far conoscenza con romeo e giulietta.

Da un lato il canyon, dall'altro il buongustaio con Romeo&Giulietta

La giornata è ancora lunga e dato che non sembriamo paghi, decidiamo di comperare ben 3 visite facoltative. La prima, nel pomeriggio e su simpatici calessini, all’interno di una delle oasi private. Essì, le oasi sono private, di proprietà di uno o pochi singoli, che in genere vivono comodamente nelle città, e poi gestite dal personale locale. Sono angoli di paradiso coltivati in modo molto efficiente: le palme a far da ombra ad alberi più piccoli, in genere di banani, limoni o ulivi, e un terzo strato rappresentato dalle piantagioni da “terra”, ortaggi e verdure, aromi.
Gli uomini delle oasi raccolgono tutto a mano, persino i datteri di palme alte oltre 20 m.

Datteri e metodo di raccolta

La seconda visita facoltativa si svolge in serata, una sera a tema in cui possiamo godere di spettacoli “locali” e altrettanto “locale” cibo, sotto una tenda berbera alle soglie del deserto… ecco, non che il cibo sia da criticare, ma noi italiani siamo troppo pretenziosi per cui, a parte i migliori brick tunisini, mangiati proprio in Tunisia, non tesserò elogi al cibo che quasi mai ci ha soddisfatti pienamente.

Serata sotto la tenda berbera, particolari

11 settembre:
Si apre un nuovo giorno così intenso da sembrare svilito nei racconti miei, tradotti in poche righe.
Abbiamo lasciato l’albergo che ci ha ospitati per due notti e prima di lasciare la città, ci siamo dedicati alla visita della medina (il centro storico) di Tozeur. Sembrava disabitata, sembrava come addormentata e in attesa di qualcosa… i bambini di Tozeur hanno occhi profondi e molto belli. Le stradine sono come viscere che attraggono e che allo stesso tempo celano misteri ad ogni angolo, come le piccole piazzette ricche di negozietti pronti a vendere di tutto.

Per le strade di Tozeur

Dobbiamo raggiungere Douz e abbiamo varie soste in programma per cui la visita è breve e presto ci ritroviamo allo zoo del deserto (quello che non ho potuto fare per andare!! :) dove ci attendono scimmiette, dromedari assetati di coke, ancora salamandre, e tanti altri simpatici (e viscidi) ospiti…

Lui è la nostra simpaticissima guida allo zoo

La strada che collega Tozeur a Douz è un passaggio in pieno lago salato. Il lago salato più grande della Tunisia, Chott el-Djerid, siamo ai confini del deserto del Sahara e in questo periodo dell’anno il lago è asciutto, formazioni cristalline (il sale rappreso al sole) regalano al letto del lago dei riflessi argentei ed è impressionante pensare di poterci camminare su, farlo lo è poi ancora di più.

Il lago salato più grande della Tunisia, Chott el-Djerid
Su quel lago, sguardo all’orizzonte, ho visto i “treni di Tozeur” (i miraggi).
Finalmente a Douz possiamo riposare? No, il relax non fa per noi così giungiamo al terzo appuntamento con le visite facoltative: la cammellata nel deserto, che poi si realizza a dorso di dromedario… no, non ci sono parole, l’immenso le avvolge e le rielabora in palpiti di cuore. È stato bellissimo. Dune, dune e sole.

Le nostre ombre e l’infinito mare di sabbia

12 settembre:
Non sono stata felice di lasciare il deserto, di notte lo sogno ancora e nei deliri febbrili del rientro in Italia (ho avuto una febbre che ha superato i 39, per cui davvero deliravo) l’ho rivisto tante volte e tante volte su quel dromedario ho creduto di percorrere la linea dell’orizzonte.

Matmata, la tenda berbera all'esterno e l'interno di una abitazione scavata nella roccia

Abbiamo dovuto cedere al programma di viaggio e in questa giornata ci siamo spostati a Sfax, percorrendo ancora le dune e visitando prima Matmata, villaggio di origine berbera caratterizzato dalle abitazioni troglodite ovvero cunicoli veri e proprio scavati direttamente nella roccia giallo-ocra del deserto.
Siamo ancora alle porte del deserto del Sahara, il paesaggio è essenziale per non dire lunare, e tra queste dune troviamo uno scenario da film: il set di guerre stellari, ciò che resta, si mostra alla nostra visita. E' proprio qui che Lucas ha girato alcune scene della sua saga (mi par di vedere Luke Skywalker!).

Matmata, al set di Guerre Stellari... ciò che resta

Nuovamente in viaggio e verso il mare, ci spostiamo al centro/est della Tunisia. Quella di oggi è stata una giornata quasi esclusivamente dedicata al viaggio, con piccole soste mattutine e una breve passeggiata al mercato di Gabes tra le sue spezie coloratissime.

Le spezie e i colori del mercato di Gabes

13 settembre:
Ancora in viaggio, lasciata Sfax alle nostre spalle facciamo rotta verso Hammamet per la notte, ma le visite costellano questo nostro itinerario odierno. La prima sosta è al El Jem, una scoperta davvero incredibile. Questa città ospita alcune rovine risalenti all’antica Roma tra le meglio conservate di tutta l’Africa. C’è un Colosseo o per meglio dire Anfiteatro a simboleggiare l’importanza di questa città per gli antichi romani che la consideravano al secondo posto, dopo Cartagine, per rilevanza in tutto il continente africano.

L'anfiteatro di El Jem

Continuando la risalita verso nord, altra sosta obbligatorie è a Monastir. Qui siamo davvero sul mare, lo si percepisce in ogni respiro e la città sembra essere molto carina e le cose da vedere sono davvero tante: dal Ribat di Harthema, un’importante scuola fortezza, che ospita il Museo islamico e che offre, dalle sue torri di osservazione, una bellissima vista sul porto; al mausoleo di Bourguiba, con le sue tre cupole e i due minareti è sicuramente un monumento alla memoria di un dittatore amato dal popolo e celebrato in ogni parola a lui dedicata.

Ribat di Harthema e vista dall'alto del porto di Monastir

In questa giornata mi resta il rammarico di essere passata per Sousse e di non aver potuto visitare – sorvoliamo sui spiacevoli perché e per come – la sua splendida medina. In serata siamo nuovamente ad Hammamet, questa volta in una struttura diversa rispetto alla prima - che dichiarando 4 stelle, ospita in 4 stalle! - e da qui, da domani, partiranno le nostre escursioni verso il nord del Paese: Tunisi, Cartagine, Sidi Bou Said.

Il mausoleo di Bourguiba

14 settembre:
È stato questo il nostro ultimo vero giorno vissuto in Tunisia, ricco, intenso e pieno di meraviglie da assaporare. Giunti a Tunisi si ha quasi l’impressione di essere catapultati in piena spaccanapoli (una delle vie più trafficate di Napoli) e in piena ora di punta. Tutto scorre veloce, in preda alla più pazza frenesia. È una metropoli che mostra i pregi dell’essere forse la città più europeizzata della Tunisia e i difetti dell’essere forse la città più europeizzata… esatto, troppo piena di difetti urbani per essere considerata civile. Personale gusto, si intende.

Al centro, la kasbah di Tunisi; particolari dei vicoli e dei negozi alla medina di Tunisi
Però è bella, offre scorci da gustare come la medina, la kasbah, il Museo del Bardo che è una vera meraviglia: si tratta della più bella ed estesa raccolta di mosaici – tutti in perfetto stato di conservazione - di epoca romana che il mondo conosca. Ci si può perdere tra quelle sale

Particolari di alcune opere conservate al Museo del Bardo, Tunisi
Abbiamo visitato la parte di città sorta sulle ceneri di Cartagine e di quest'ultima il porto, di cui resta davvero poco; abbiamo ammirato i resti di una perfetta costruzione, alta ingegneria idraulica, rappresentata dagli acquedotti cartaginesi, mentre i resti dell'antica città di Carthago fanno parte di un sobborgo a nord di Tunisi e si tratta di un sito dichiarato patrimonio dell'umanità.
Le rovine di Cartagine mostrano solo una piccola parte di quella che è stata una delle potenze marittime e commerciali più importanti del Mediterraneo; un sito solo di recente valutato e salvaguardato per la sua importanza, ma che in passato è stato depredato persino delle "pietre". Molti massi, con scritte latine ben in vista (provenienti dall'antica roma), oggi fanno parte di costruzioni "moderne" come la Moschea Grande di Kairouan.

Il porto, le rovine, gli acquedotti... e ciò che resta di Cartagine

La nostra visita alla Tunisia termina tra le stradine di Sidi Bou Said, un pittoresco paesino, tutto in bianco (per scacciare il sole) e blu (per scacciare le mosche) che sembra più greco che turco, per colori e per collocazione: una finestra sul mare d’Africa.
Vicoli di un paesino in bianco e blu: Sidi Bou Said
15 settembre:
Inutile dirlo, si torna a casa! E porto con me il ricordo vivo dei posti appena descritti e l’affetto per le persone con cui ho condiviso l’avventura.
Grazie a Rolando, per avermi regalato il suo amore anche in questa occasione; suoi sono molti degli scatti che ho utilizzato per montare queste cartoline dalla Tunisia, suo è il merito del mio buonumore e di tutti quei sorrisi che mi ritraggono felice tra le pagine di questo racconto.
Grazie a Fabrizio e Carmela, due amici che tengo già stretti nei pensieri come cari e unici; grazie a Lucia e Salvo, per la loro simpatia, a Rosanna, per la sua dolcezza, a Mimì per la sua voglia di portarsi a casa un “pezzetino” di Tunizia fatto souvenir, a Lorenzo e Lina, una coppia in armonia con il mondo… grazie a tutti, Giovanni, Maria, Bartolo, Anna, Arcangelo, Anita, Lella e Piero, perché tutti hanno contribuito alla costruzione di un ricordo che mi accompagnerà

foto di gruppo all'anfitatro di El Jem

È stato bello!

In ultimo chiuderò così: il mio buongustaio desiderava portarsi a casa un tappeto ed io una “mano”… oggi quando torniamo a casa la sera, stanchi per il lavoro che nuovamente chiede la nostra attenzione, ci sediamo sul divano, ci abbracciamo e poggiando i piedi su un bel tappeto nuovo, io sfoggio la mano di fatima, un bellissimo ciondolo che adorna il mio collo, lui sfoggia un sorriso e torniamo a progettare sogni mentre una nuova latta ci guarda dal ripiano su cui giace e chiede di poter mangiar monete.

Se mi sono riposata? Direi che in questa mia vacanza ho fatto tutto tranne che riposare, ma così come ho affermato in apertura noi non amiamo la staticità, auspichiamo attimi di pura magia

i fiori di jasmine, sulla mia mano

martedì 9 ottobre 2012

Polpette di sarde


Nella borsa della spesa:
1 kg di Sarde
3 cucchiai di Pangrattato
3 cucchiai di Caciocavallo grattugiato
6 foglie di Menta fresca
1 cucchiaio di Passoline e Pinoli
1 spicchio d’Aglio
1 Uovo
Sale e Pepe q.b.
Sugo di pomodoro, già pronto e condito, circa 400 g

Farina e Olio per frittura



Vi racconto il “come fare”:
Pulite ed eviscerate le sarde - vedi il foto tutorial - il peso scenderà a circa 560 g e riuscirete ad ottenere circa 20 polpettine con le dosi indicate in ricetta.
Lasciate dunque il pesce a scolare per un pò su apposito colino quindi lavoratelo con gli ingredienti: impastate i filetti di sarda con il pangrattato, il caciocavallo grattugiato, le foglie di menta sminuzzate, le passoline e pinoli, lo spicchio d’aglio (a cui toglierete l’anima centrale) ridotto a pezzettini, un pizzico di sale, uno di pepe e l’uovo.
Le sarde si sminuzzeranno abbastanza facilmente con la sola pressione delle dita e si mescoleranno bene ai restanti ingredienti, per cui non sarà necessario frantumarle prima.
Ottenuto il vostro impasto omogeneo, realizzate delle polpettine che andranno prima infarinate e poi fritte in abbondante olio bollente.
Scolate le polpette di sarde su carta assorbente (sono buone anche così!) quindi trasferitele nel tegame con il sugo di pomodoro, che avrete precedentemente preparato e tenuto in caldo, mescolate e lasciate insaporire – cuocendo a fuoco moderato – per almeno 10 minuti.



Un pizzico di :
Io adoro, letteralmente, le polpette di sarde. È uno di quei piatti che, haimé, ho scoperto davvero tardi… le rammento nei racconti di mia madre quando da piccola mi diceva che sua madre, la mia nonnina, le preparava spesso ed a Lei piacevano molto.
Mi spiegava di quanto fosse laboriosa la preparazione per via di quella pulizia, della necessità di privare le sarde di ogni più piccola lisca… e poi è stato amore a primo morso. In ogni ristorante palermitano che offra pesce nel suo menù, è facile trovarle tra gli antipasti ed io le ordino sempre!



Da quando le polpette di sarde si sono insinuate nella mia mente, le chiedo spesso a mia madre e lei si piega alla pulizia di quel pesciolino che a noi isolani regala tante ricette ricche di gusto e tradizione: le sarde, oggi per voi in deliziose polpettine


Gli amici